martedì 25 gennaio 2011

4 IL LAVORO NON E’ UN DIRITTO


Ormai penso che lo abbiate capito tutti: il lavoro non è un diritto.
Il lavoro è una concessione, un privilegio regalato dal sovrano al suddito in cambio di assoluta fedeltà ed abnegazione.
Ed essendo un privilegio, può essere concesso e ritirato dal sovrano in qualsiasi momento.
Per sovrano si intende lo Stato. Per Stato si intende il sovrano. Insomma è il governo di turno. Che all’attualità sapete chi è.

Hobbes, filosofo del 1600, sosteneva che l’uomo, allo stato di natura, si comporta come un lupo che combatte con gli altri lupi per difendere se stesso ed i propri averi anche a costo della vita.
Ecco che allora, per evitare una strage, l’uomo ricorre ad un patto: rinuncia ai propri diritti (mors tua vita mea) e li consegna al sovrano che in cambio assicura la pace e l’autoconservazione della specie.

Lo Stato, in definitiva, è il risultato di questo patto stipulato reciprocamente tra gli individui in favore del sovrano.

Ora, siccome al suddito, per vivere in pace, serve anche qualche cosa di soldi, la nostra Costituzione, che non è scema, comprendendone e riconoscendone l’importanza formale, ha piazzato il lavoro al 1° posto. Infatti:

Art. 1  L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ma è vero? Ci credete? Ne siete convinti?
Vostra moglie vi ama veramente? O magari vuole solo che portiate i soldi a casa?
Vostro marito vi ama veramente? O a lui basta soltanto qualche coccola e un po’ di … attenzione?
Ci resta molto male il bambino quando scopre che Babbo Natale, in cui aveva creduto sino ad allora, è mamma e papà!
A quante cose siamo costretti a credere!

L’unica cosa irrinunciabile, oggi, è una fonte di reddito che permetta di soddisfare i bisogni fondamentali.
Il diritto di fare un lavoro che ci consenta di vivere in pace, evitando di rubare e di ammazzare il prossimo, si è trasformato in un privilegio che viene concesso solo a chi riesce a dare prova di saperselo meritare.

Lo Stato usa il lavoro dipendente per ricattare i sudditi concedendolo solo ai più fedeli.

Per avere un lavoro devi sottometterti senza condizioni al datore di lavoro, ai suoi interessi, assecondandone umori e voglie. Il datore di lavoro, a sua volta, dovrà corrispondere altrettanta fedeltà al suo livello più alto risalendo, in tal modo, ai vertici della piramide, ai politici, al Governo.
Il Governo insomma, attraverso i suoi fedelissimi politici ed amministratori, concede appalti e lavori agli imprenditori fedeli che, a loro volta, lo concedono ad altri ancora più fedeli che, a loro volta, assumono persone di comprovata fedeltà.
La fedeltà al padrone si estrinseca in tanti modi.
La prima manifestazione di fedeltà è il voto.
Non basta esser schiavi, devi anche votarlo il tuo padrone!
Altrimenti ti toglierà il lavoro. E tu morirai.
Il vero voto di scambio! Io do la vita a te e tu obbedisci ciecamente a me.

Il libero mercato e la globalizzazione hanno poi fatto il resto estendendo la validità di tali principi a tutto il mondo. Ormai siamo tutti schiavi del lavoro, siamo tutti sotto ricatto.


IL padrone si è trasformato da sfruttatore in benefattore. Il lavoratore è il suo beneficiato.
Lo stipendio non è più un compenso ma una mancia regalata da qualcuno che, in qualsiasi momento, può decidere di non dartela più e di smontare il capannone e rimontarlo in qualche altra parte del mondo. A “beneficiare” qualcun altro.  La delocalizzazione.

Mentre il lavoro è sempre più sottopagato, il cibo ed i mezzi di sostentamento sono sempre più costosi.
Il povero è condannato a restare povero perché guadagna poco e spende troppo. E’ in trappola. Non può scappare. Se vuole vivere, deve accettare la schiavitù.
E, come uno schiavo, deve continuamente combattere, resistere, tra sangue e sudore, chinando la testa e lavorando.  Sempre che non schiatti prima della pensione o gli venga un infarto, durante i saldi, al centro commerciale o mentre si affanna al telefono per tentare di vincere il quiz a premi in tv.
Aggiungasi a tanto che, quale ulteriore e definitivo atto di fedeltà e sottomissione, il lavoratore deve continuare a metter su famiglia sposandosi e facendo figli.
Per assicurare al padrone altri schiavi freschi freschi. Il ricambio di mano d’opera.
La famiglia come magazzino ricambi.
Ecco perché questo blog è intitolato “incatenati dalla schiavitù del lavoro”.

E siccome parlare serve a ben poco, appena ne avrò voglia  parlerò delle possibili soluzioni a questa e ad altre schiavitù.
A modo mio, naturalmente. Ma, soprattutto, senza nessuna fretta.
Adesso ritorno di corsa a trainare il carro. Devo recuperare il tempo perduto.
Mi stanno spiando … sono sicuro …..

4 commenti:

  1. Quello che ogni uomo teme è l'ignoto. Quando questo scenario si presenta si rinuncia volentieri ai propri diritti in cambio della garanzia del proprio benessere assicurata dal Governo Mondiale (Henry Kissinger, Evian, Francia, 1991).
    Questa frase la cito spesso, mi incuriosisce...sapere che sono amici di famiglia Agnelli , mi fa espandere il discorso e genera un rantolo senza fine.
    Schiavi felici e contenti

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  2. Bravo Mark
    L'uomo, siccome teme l'ignoto, non pratica il noto. Che vor di?
    E' come se, per paura che ti cada un vaso in testa mentre passi e spassi sotto a sto' balcone, decidi di non uscire più di casa.
    Ti rinchiudi in casa per paura di morire.
    E' un uomo sereno costui?
    Lo stato di necessità poi, a volte l'indigenza, costringono l'essere umano a pensare ad altro.
    Il pensiero esiste solo a stomaco pieno!
    Chi ha fame ha ben altro a cui pensare.
    Ciao Mark

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  3. Parole sante, le tue. Di figli come pezzi di ricambio del sistema (e nuovi schiavi fottuti in partenza, aggiungo io) ha parlato anche Martin Heidegger (che non amo particolarmente, ma a volte era di una lucidità e di un'intelligenza fulminante). La prima vera rivoluzione sarebbe smettere di essere obbedienti proletari invaginatori, e lasciare che siano i marcioni come marchionnE a fare figli da incatenare alle catene di montaggio.

    Colpisce anche la facilità di condizionamento dei somari. I più affidabili, i caporali, i capo-schiavi e capo-somari (proprio come gli "Affidabili" di certe prigioni che diventano a loro volta simili alle guardie, come nel film Brubaker) ogni volta che aprono bocca esaltano la filosofia della sottomissione al padrone e al mito del Lavoro con la L maiuscola, il vivere per lavorare.

    Quante volte sentiamo questi stronzi discorsi di critica ai giovani (tipo quel pezzo di merda che li chiamava Bamboccioni), secondo cui i giovani non hanno voglia di lavorare, che mettono i giovani alla berlina solo perché magari nei colloqui osano fare domande sullo stipendio o, peggio ancora, sulle FERIE, invece di tirar fuori la lingua per leccare il culo, inginocchiarsi e dire: OK prenditi il mio corpo e la mia anima 24 ore su 24, 365 giorni su 365...

    Ecco perché io ho sì simpatia, ma non riesco ad avere empatia totale, per queste masse che adesso si svegliano e fanno casino per il lavoro e per il pane: perché nel 99% dei casi sono comunque dei conformisti, degli sciocchi e degli schiavi volontari, delle pecore nonpensanti, che finché possono sgobbare a vita per comprarsi pane, macchina, figa e tv sono tutti contenti!

    Un altro controverso ma non stupido pensatore, Ernst Junger, diceva: "La schiavitù conoscerà un grande sviluppo, se le si darà l'apparenza della libertà"!

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  4. p.s.

    APPELLO STANDARD (scusate la ripetitività: in questi giorni lo troverete un po’ dovunque. E soprattutto: niente di personale, ovvio. E’ uno sfogo, ma molto molto sorridente! :D)

    mi sono schierato a fianco di robydick nella sua giusta battaglia contro la VERIFICA PAROLE. Quanto avrà rotto 'sta cosa? Io l'ho tolta e non ho mai avuto problemi, pur avendo in certi giorni centinaia di visite e decine di commenti. Vi prego, o tutti voi che leggete questo messaggio, basta far sprecare minuti di vita agli amici con questa inutile, superflua formalità burocratica!!! Passate parola contro la verifica parole!!!! Io che per passione visito ogni giorno tanti blog e lascio tanti commenti, alla fine avrò accumulato MESI di vita a obbedire come un cretino a “digita Qkworkazzpftkqrammpfgf”, per non parlare di quei blog in cui la parola ha caratteri difficili da decifrare, al punto che la sbagli e ti senti scemo, per non parlare di quando, come in questo mio esempio, sono parole lunghissime, per non parlare di quando cambiano nel preciso istante in cui le digiti, e quindi poi le devi ri-digitare. Amici, se mi volete bene, toglietela da voi, e passate parola! Bastaaaaaaaa!!

    Vedasi anche il post di ieri di Alberto Cane, coi rimandi a quello dell’altroieri di robydick.

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